La Connessione Creativa: Natalie Rogers presentata da Karen Estrella


Il nuovo libro di Natalie Rogers, "La connessione creativa: le arti espressive come cura", ha molto da offrire agli artiterapeuti che sono interessati a capire meglio l’approccio centrato sulla persona o quello junghiano alle artiterapie, ma anche a coloro che desiderano sapere di più sull’esperienza con le arti usate in combinazione tra di loro come strumenti terapeutici. Nel suo libro la dott.ssa Rogers amplia il lavoro di suo padre, Carl Rogers. Fornisce un contributo unico allo sviluppo della letteratura riguardante le terapie espressive (l’uso combinato delle arti come terapia) e alla comunità che fa riferimento all’approccio centrato sulla persona, non solo perché unisce questo tipo di terapia alle idee e all’approccio junghiano, ma anche perchè mette in gioco un approccio centrato sul cliente che contempla il processo creativo attraverso l’espressione artistica. Come per il lavoro di suo padre, è facile supporre che i principi che la dott.ssa Rogers porta nel metodo delle arti terapie espressive siano da considerare basilari, facilmente comprensibili e facilmente spendibili. Si tratta di un errore. Natalie Rogers promuove un approccio radicale alla terapia e all’uso delle arti nella terapia.


Le tecniche centrate sulla persona o sul cliente sono ampiamente conosciute. “L’importanza del concetto di di sé e del fare esperienza, dell’ascolto empatico, della genuinità, dell’accettazione incondizionata e dell’utilità delle trascrizioni letterali e delle registrazioni degli interventi individuali e delle sessioni di gruppo” sono stati tutti importanti contributi di Carl Rogers (Raskin, 1996, p.25). Tuttavia, nonostante il predominare di queste idee, gli approcci centrati sulla persona sono stati spesso “fraintesi e eccessivamente semplificati” (Rogers, 1993, p.99). La dott.ssa Rogers descrive spesso nel suo libro i principi cardine dell’approccio centrato sulla persona, fornendo una lista di principi umanistici, parlando della teoria della creatività di suo padre e dando una descrizione del concetto di “ambiente facilitante”. Le definizioni e gli esempi di queste tre fondamentali “condizioni per una relazione terapeutica” (pag. 99 del testo), comprendono l’empatia, la congruenza e l’accettazione incondizionata. Queste definizioni sono intercalate da teorizzazioni sull’uso delle artiterapie come un’opera di “recupero dell’anima” e dall’applicazione di diversi concetti junghiani e delle loro implicazioni teoriche in questo lavoro. Infine, da un forte invito all’uso delle arti per l’intervento sul sociale.



All’interno della comunità di persone che fanno riferimento all’approccio centrato sulla persona viene enfatizzata la centralità dell’ambiente facilitante creato dall’arteterapeuta che si impegna a sostenere l’innata spinta dell’individuo all’autorealizzazione. L’importanza di creare una relazione con il cliente basata sul rispetto reciproco favorito dall’empatia, dalla congruenza e dall’accettazione incondizionata del terapeuta è dunque messa particolarmente in rilievo (Brodley, 1986). Il libro della dott.ssa Rogers ci offre molti meravigliosi esempi di questo approccio che usa le e arti come strumento terapeutico. Come suo padre, anche la dott.ssa Rogers ha fiducia nell’esperienza personale e comprende che il cliente è l’autorità suprema della propria esperienza, pertanto si impegna perché vi sia una maggiore reciprocità nella relazione. Così, la dott.ssa Rogers riconosce il suo compito di facilitatore nella creazione di un ambiente adeguato in cui i clienti si possano muovere verso la crescita e il benessere. Ciò che lei aggiunge al tradizionale approccio centrato sulla persona è il riconoscimento del potere delle arti nell’aiutare le persone ad esprimersi pienamente, a integrare tutte le parti di sé, e ad accedere, attraverso il processo creativo, alle proprie immense interne risorse “per la comprensione e la modificazione della propria idea di sé, dei propri atteggiamenti e per agire in maniera autonoma” (Brodley, 1986 p.2).


Inoltre, la dott.ssa Rogers sottolinea il fatto che esiste “in ciascuno di noi un impulso o una spinta che tende all’espressione creativa” (Rogers, 1993, p.96) Di conseguenza, offre ai suoi clienti l’opportunità di usare le arti come mezzo per l’auto-esplorazione e l’auto-espressione. Oltre a ciò, raccomanda di proporre esperienze stimolanti ed entusiasmanti pensate apposta per far partecipare la persona alle arti espressive (pag.17), viste come mezzo per facilitare il coinvolgimento nel processo creativo, posta la nostra tendenza culturale alla verbalizzazione. Per coinvolgere gli altri nel processo creativo utilizza un metodo che lei stessa ha sviluppato, noto come “connessione creativa”: “il processo che permette ad una forma d’arte di influenzare direttamente un’altra” (pag.43). Attraverso passaggi e movimenti da una forma d’arte ad un’altra, è possibile accrescere le proprie risposte creative, rendendo più profondo il livello del lavoro. E’ attraverso questi “esperimenti ed esperienze attentamente pianificati” (pag.17), che la dott.ssa Rogers offre il meglio del suo lavoro. Il libro è pieno di esercizi semplici da comprendere, da seguire e da realizzare, pensati per permettere di trovare la via per accedere alla propria creatività e al proprio potenziale di auto-comprensione e guarigione. Il campo delle arti terapie espressive sta crescendo e creando dibattito. E Natalie Rogers fornisce un importante contributo alla discussione sull’argomento.


La dott.ssa sottolinea l’importanza di un atteggiamento volto all’esperienza e privo di giudizio durante la creazione artistica. Si spinge a dire che “noi non ci preoccupiamo della bellezza dell’arte visiva...lasciamo la ricerca estetica e la competenza a coloro che desiderano utilizzare le arti professionalmente” (p.2). Alcuni arteterapeuti si possono trovare in difficoltà con questa affermazione, tuttavia questo atteggiamento è concorde con suoi orientamenti teorici e riflette la sua idea che la valutazione, soprattutto quella esterna, mette a rischio la sensazione di sicurezza e il pieno coinvolgimento nel processo creativo. Questa riflessione contro la preoccupazione estetica è nota agli arteterapeuti. Tuttavia, la questione è sfaccettata e noi dobbiamo continuare a fare i conti con il peso che l’estetica occupa nella nostra terapia. All’interno della comunità degli arteterapeuti espressivi, Knill, Barba e Fuchs (1995) hanno affermato che “con la soppressione della nostra sensibilità estetica abbiamo, per così dire, buttato via il bambino con l’acqua sporca, sprecando una delle nostre doti più preziose per accedere al potere curativo delle arti e per arrivare in profondità nella relazione psicoterapeutica” (1995, p.70).


Knill, Barba e Fuchs sostengono che la bellezza ha il potere di nutrire l’anima e che può essere curativo portare i nostri clienti ad apprezzare “le qualità immaginifiche, sensuali e sorprendenti” delle loro risposte creative. Durante uno degli esempi più efficaci che la dott.ssa Rogers ci dà della connessione creativa, Gail, una partecipante, dice del suo disegno creato spontaneamente: “Ma come è possibile? Io non sono un’artista e ho usato la mano sinistra, ma è venuto esattamente come volevo. Amo questa cosa.” (pag. 194). Concordiamo nel dire che il nostro compito di terapeuti non è quello di sottolineare quanto “buono” sia il prodotto, bensì quello di riconoscere l’importanza del piacere che consegue da una risposta estetica. Il nostro lavoro, quindi, deve essere rivolto “ad un uso ottimale e responsabile dell’estetica” (Knill et al. p.70).


Per quanto riguarda l’arte come modalità, la dott.ssa Rogers ha assunto una posizione forte nei confronti della creazione spontanea e verso il permettere ai clienti di dare un significato alle immagini e ai simboli da essi prodotti. Mentre sembra accordare la possibilità che vengano riconosciuti significati inconsci collettivi riguardanti le simbologie impiegate dai clienti, Natalie Rogers si oppone tuttavia fortemente a ciò che lei chiama un “approccio analitico” all’arteterapia. In una case-conference descrive la sua ribellione verso il fatto che si voglia parlare di che cosa un lavoro artistico rappresenti, il suo disgusto per l’uso di “categorie diagnostiche relative a simboli e colori” e la sua indignazione nei confronti dei clinici che insistono nel dire che un camion rosso fuoco nel disegno di un bambino, possa rappresentare un’aggressione sessuale (pag. 101 e 102). Di nuovo, io credo che la posizione della dott.ssa Rogers derivi dalla sua grande fiducia nell’approccio centrato sulla persona che cerca di lasciare al cliente la libertà di definire da solo il significato della sua opera e che cerca di metterlo nelle condizioni affinché lui per primo possa fidarsi di un processo di guarigione da lui stesso diretto. Questo approccio non direttivo è uno dei principi cardine della terapia centrata sulla persona. Carl Rogers ha scritto: “la terapia non concerne il fare qualcosa per una persona o spingerla perché faccia qualcosa per se stessa. Riguarda invece il fatto di renderla libera di crescere ed evolvere normalmente, di rimuovere gli ostacoli in maniera che possa andare avanti” (Rogers, 1942, p. 29).

Alcuni terapeuti che applicano l’approccio centrato sulla persona in maniera tradizionale hanno criticato Natalie Rogers di essere troppo direttiva (Raskin, 1996, p.25), ma, a mio avviso, è qui che lei ha maggiormente da offrire. Il nostro bisogno, come esseri umani, di praticare le arti e di lasciarci coinvolgere nel processo creativo è tristemente sottostimato nella nostra società. Noi abbiamo bisogno di quanti più linguaggi riusciamo a trovare per essere autentici. La dott.ssa Rogers riconosce che le persone hanno bisogno che sia ricordata loro l’innata spinta verso l’espressione creativa. Propone di avvicinare le persone alle arti attraverso una serie di esercizi pensati per risvegliare lo spirito creativo. Fa questo e nel contempo suggerisce sempre che i clienti abbiano sempre il diritto di dire di no ad un’esperienza. E questo è quello che dovrebbe fare un facilitatore nella migliore maniera possibile: permettere che il cliente diriga l’esperienza. Potrebbe essere più facile comportarsi così in una sessione individuale piuttosto che di gruppo. Con i gruppi siamo meno abituati a servirci di approcci non direttivi. Forse ci siamo avvicinati maggiormente a esperienze non direttive con i gruppi con studi basati sull’approccio. Gli studi basati sull’approccio generalmente implicano poco o nulla di direttivo” (Malchiodi, 1995, p.155). Questo conflitto all’interno della comunità “centrata sulla persona” che riguarda quanto dovrebbero essere direttivi i terapeuti, è anche ciò di cui dovremmo parlare tra di noi come arteterapeuti espressivi. Dovremmo chiederci: è possibile fare questo lavoro, lasciando il cliente libero di darsi una propria direzione?


A conclusione, vorrei dire qualcosa sullo stile con cui è scritto questo libro. La dott.ssa Rogers usa deliberatamente un linguaggio che è facilmente accessibile anche ai non esperti di salute mentale. Centrale nei principi teorici delle terapie centrate sulla persona è l’idea che la scoperta di se stessi e la creazione di condizioni sane e sicure per lo sviluppo di relazioni con se stessi e con gli altri, sia qualcosa utile tutte le persone, indipendentemente dall’esperienza o dall’educazione. Questo non elimina il bisogno di imparare le tecniche, ma la speranza di Natalie Rogers è quella di rendere il più accessibile possibile il suo messaggio riguardante le arti come mezzo naturale per apprendere questa conoscenza. Essa sottolinea anche le connessioni emotive che si possono creare attraverso le arti. Il risultato è che il suo libro è poetico ed espressivo. Il suo uso delle metafore e dell’immaginario new age potrebbe non essere apprezzato da tutti i lettori, ma non per questo ciò che dice deve essere ignorato. Il suo messaggio riguardante il lavoro dell’anima e il bisogno di riconoscere il nostro impegno per il mondo sociale e politico, è un messaggio che può parlare a tutti noi e che a molti di noi parla.

The Creative Connection: Expressive Arts as Healing, di Karen Estrella, 2013

Traduzione di Chiara Mozzone, editing Chiara Mozzone e Nicola Sensale

Karen Estrella, è coordinatrice del programma in Arti Terapie Espressive, presso la divisione di terapie espressive della Lesley University (Cambridge, Massachusetts, USA). Come musicoterapista e arteterapeuta, il lavoro di K. Estrella si è concentrato sullo sviluppo di un approccio artistico integrato alla consulenza e alla psicoterapia. Lei ha trascorso gran parte degli ultimi 15 anni concentrandosi sullo sviluppo delle competenze e sull'integrazione della teoria delle Arti Terapie Espressive.

Lesley University Department of Expressive Therapies PhD Clinical Psychology

Traduzione di Chiara Mozzone, adattamento di Nicola Sensale

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Bibliografia



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