Che cos'è l'Ascolto Attivo

Aggiornato il: giu 2

di Nicola Sensale

Le tecniche per interagire con gli altri in tutte le occasioni in cui servono le parole appropriate



Le tecniche di ascolto attivo (inizialmente definite come “ascolto riflessivo”) si devono a Carl Rogers (1902-1987), padre dell’Approccio Centrato sulla Persona ed esponente di punta della Psicologia Umanistica, che le ideò assieme al suo collaboratore Richard Farsen (1926-2017). Successivamente esse vennero perfezionate da Thomas Gordon (1918-2002), prima suo allievo poi collaboratore, il quale strutturò un sistema di lavoro con le persone completo e integrato, volto alla creazione e al mantenimento di relazioni efficaci come pure alla riduzione dei conflitti. Si deve in particolare a Gordon l'impiego della definizione di Ascolto Attivo, benché le tecniche siano sostanzialmente quelle sviluppate dal suo maestro Carl Rogers.


L'ascolto attivo è una tecnica di comunicazione utilizzata nell'ambito delle relazioni di cura e di aiuto, nei contesti socio-sanitari ed educativi (scuola e luoghi di istruzione) in ambito della formazione aziendale oppure ogni qual volta ci si debba attivare per la risoluzione di criticità o conflitti. Si tratta di uno stile comunicativo di tipo assertivo, utile non solo a promuovere la capacità di esprimere in modo corretto ed efficace le proprie emozioni o argomentazioni, bensì anche quella di saper ascoltare e percepire le ragioni e i sentimenti degli altri, stabilendo con i nostri interlocutori e partner quel contatto autentico che può diventare base per relazioni arricchenti ed efficaci.


Nell’ascolto attivo, ogni senso è coinvolto, inclusi la sensibilità e l'intuizione, tanto da essere definiti il sesto senso della comunicazione. La capacità di ascoltare nei metodi educativi è stata sovente sottovalutata, in realtà il saper ascoltare è lo strumento principale a disposizione delle persone che per lavoro si occupano di altre persone o dei genitori che desiderano trovare un buon dialogo con i loro figli. Il modo in cui ascoltiamo gli altri crea uno stile di comunicazione che influenza, beneficamente o negativamente, l’ambiente che ci circonda. Saper ascoltare empaticamente e saper mettere a proprio agio gli altri attraverso una comunicazione efficace, significa contribuire a creare un ambiente sicuro, in cui ciascuno può esprimersi al meglio.


Con l'ascolto attivo è possibile:

  • evitare la maggior parte degli errori comunicativi che portano alla creazione di barriere e sentimenti di incomprensione tra ruoli e contro-ruoli in differenti tipi di relazione;

  • rendere attenti ai sentimenti e vissuti emotivi che accompagnano ogni tipo di comunicazione e che spesso restano sullo sfondo o non vengono percepiti per mancanza di attenzione verso la comunicazione non verbale, consentendo di cogliere la serie dei significati insiti nelle parole degli altri per poi restituirli a specchio;

  • dare l'idea di essere presenti nella situazione, di essere disponibili a essere con l'altro e incontrarlo realmente;

  • offrire uno spontaneo rinforzo al sé dell'altro: ciò si basa sull'assunto che in ogni relazione, ogni "buon incontro" in cui possiamo sperimentare sentimenti di fiducia e accettazione per come siamo, agisce da rinforzo nutritivo del nostro sentimento di coesione e integrità interni;

  • stimolare in chi parla una genuina espressione di sé, con tutta la necessaria ricchezza emotiva, dissuadendo dalla narrazione sterile e improduttiva, sovente carica di giudizi e prefigurazioni, oppure volta a replicare il pensiero comune intorno a determinati argomenti, in specie quelli che creano modi di pensare dicotomici e radicalizzanti (questioni etniche, immigrazione, terrorismo, abuso e maltrattamento, in ultimo la pandemia).

Questa particolare metodologia di colloquio e di relazione, implica che chi ascolta mantenga nei confronti dell’altro una disposizione che si ispiri ai seguenti criteri:

  • noi possiamo cambiare noi stessi, ma non occorre pretendere di voler cambiare chi ci sta intorno, se non per loro espressa volontà e responsabilità;

  • non è necessario che le idee di chi parla e di chi ascolta siano necessariamente convergenti e non occorre fare tentativi perché le peggiori vengano modificate; ciò che conta é concedere la possibilità di esprimersi e dare dignità a ogni verità, anche la più soggettiva o bizzarra;

  • è possibile provare empatia per chiunque, anche solo parziale o per qualche aspetto dell'altrui modo di essere; nessuno è totalmente repulsivo;

  • le persone non possono essere come vorremmo noi o come “è giusto” che siano (interferenza della morale negli interventi educativi: “non si fa!, è sbagliato…);

  • ll giudizio non aiuta a capire gli altri, né ad apprezzarli;

  • se ci sentiamo a un livello superiori agli altri dovremmo consentire loro di venire al nostro, perché si sentano a proprio agio.

L’ascolto attivo o empatico Le abilità dell’ascolto attivo possono essere riassunte nei seguenti punti:


● Essere precisi, evitare di generalizzare o banalizzare una situazione importante solo perchè non si sa ascoltare o stare accanto:

"Non riesco ancora a dimenticare la perdita di mio padre, è passato del tempo e ancora penso sovente a lui con molta tristezza e peso sul cuore".

Dire ad esempio: “Sembra che sia stato davvero doloroso per te perdere tuo padre, al punto che non riesci ancora ad elaborarne pienamente la perdita”.

Non dire:

“Tutti stanno male quando muore una persona cara, è semplicemente naturale, pensa a guardare avanti”.


● Assumere una postura accogliente, senza eccessive chiusure.


● Non mettersi sempre a discutere le idee degli altri, ad esempio:

-Vorrei andare in un consultorio per parlare con qualcuno di contraccezione

Dunque pensi che il posto migliore per ricevere dei consigli sulla contraccezione sia il consultorio.

Non dire:

Io non andrei in consultorio, la cosa migliore da fare è rivolgerti al tuo medico di base, lui conosce la tua storia medica” .


● Non spingere la persona troppo oltre o troppo in fretta, accettando invece i suoi ritmi. Ad esempio:

"Sono bloccato su quella cosa, ci penso sempre, escogito ogni soluzione, ma poi alla fine non faccio niente"

“Sembra che tu non possa proprio procedere oltre con questo al momento”.

Non dire:

"Hai trascorso molto tempo a parlare di questo argomento, non pensi sia il caso di deciderti o alla peggio darti per vinto?


● Prestare completa attenzione ai segnali verbali e non-verbali (qualità della voce, respiro, espressione del viso)


● Sintonizzarsi sovente sulla comunicazione emotiva e non sempre sul contenuto del discorso che ascoltiamo: “vedo un’espressione di tristezza sul tuo volto, è così?”, oppure “accidenti! mi sembri davvero arrabbiato per quello che ti è successo ieri..”


● Non fare supposizioni e non fornire interpretazioni: ad esempio:

"Sto passando un periodo difficile, sono giù di corda da quando il capo ha scelto la mia collega per quell'avanzamento di carriera"

“Dunque ritieni che quella volta che il tuo capo non ti ha tenuto in considerazione per la promozione, abbia segnato l’inizio di questo brutto periodo”.

Non obiettare:

“D’accordo, tu dici che il responsabile è il tuo capo, ma non ti sembra più probabile che si tratta della morte di tua madre, avvenuta lo scorso anno?"


● Proteggere la riservatezza del colloquio

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